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Ieri (o più correttamente ieri l'altro, sabato 19) sono uscita di casa a Trieste alle 11, con l'ingenua intenzione di prendere il treno alle 11.44 e arrivare a Modena alle 16.50, con un cambio a Mestre (14.09) e uno a Bologna (16.26), tutto in regionale. Non è andata così:
- Sono salita sul treno in ritardo a Trieste alle 12.40 circa, rimasta senza parole vedendo gli ingressi delle carrozze (dove si sale e si scende insomma) con una spanna di neve.
- La voce meccanica della stazione ricordava ai viaggiatori, rilassati e orgogliosi delle proprie ferrovie per le quali pagano le tasse, che "causa abbondanti nevicate nel centro-nord e presenza di ghiaccio sui binari per motivi di sicurezza e [non ricordo, NDR] i treni Eurostar e Alta velocità ridurranno la velocità".
- Il treno è partito da Trieste alle 13.15.
- A una mia domanda se fosse normale che ci fossero gli ingressi delle carrozze innevati, neanche fossero stazioni di arrivo dello ski-lift, il controllare mi ha risposto scocciato che è ovvio che succeda così, capita anche viaggiando in auto e in Alta Velocità.
- Sono arrivata a Mestre alle 15.30 circa, con la stazione nel caos e tutti i treni bloccati. Un'osservazione sul trattamento democratico ed egualitario riservato ai convogli: erano tutti catastroficamente in ritardo, dal più sudicio dei regionali alla più insensatamente cara delle blasonate Frecce.
- Ho preso il treno alle 16.00 circa, quello delle 14.09 in ritardo di quasi due ore
- Sono salita su una carrozza, che, sorpresa!, aveva il riscaldamento rotto. Su alcuni sedili c'era la neve.
- Ho cambiato carrozza, aperto il computer per lavorare, e, sorpresa!, per tutto il viaggio una malefica neonata ha strillato con pause di qualche secondo, rammentandomi che per le madri fare bambini, quanto alla vita quotidiana che impone nei primi anni del neonato, è una condizione di schiavitù bilogica (tetta full time) e tortura acustica, olfattiva, etc. subita sotto l'effetto di droga (ormoni autoprodotti tipicamente), e che inspiegabilmente poche volte provoca istinti omicidi e terroristici nella madre.
- Sono arrivata a Bologna alle 18.25 circa
- Sono salita sul treno delle 16.26 (quello che avrei dovuto prendere in origine!) in ritardo di 130 minuti
- Ho aspettato dentro all'ingresso della carrozza in piedi (treno pieno, ovviamente) che partisse, per scoprire dalla voce meccanica che due binari più in là stava per partire quello delle 17.26.
- Ho bestemmiato, correndo con il mio valigione pesantissimo all'altro binario.
- Ancora nell'ingresso della carrozza in piedi, stavolta con un tanfo da fogna a cielo aperto perché qualche genio ha ben pensato di depositare nella ritirata il suo pranzo diligentemente digerito dall'intestino crasso quando il treno era fermo.
- Il treno è partito alle 19.00 circa, per poi fermarsi duecento metri dopo per fare passare quello delle 16.26.
- Durante il viaggio mi cadeva la neve sulle gambe, grazie all'efficientissima e ineccepibile chiusura stagna delle portiere, la temperatura era compresa tra i -5°C e lo zero, e gli scalini erano opportunamente ricoperti di neve. Trenitalia diffonderà una nota dicendo che naturalmente i treni sono costruiti con tutti i crismi e per una precisa scelta di design si è fatto in modo che si ricoprissero di neve, per adattarsi al clima natalizio.
- Alle 19.35 sono arrivata a Modena.
Quindi abbiamo 19.35-11.44= 7 ore e 51 minuti per fare 350 km, il che significa circa 0.74 km/min=44.6 km/h.
Commenti:
- Nota (vera) di trenitalia :
"L'eccezionale ondata di maltempo che imperversa sull'area centro settentrionale del Paese sta condizionando la circolazione ferroviaria, nelle ultime ore soprattutto per la formazione di ghiaccio. Forti ritardi si registrano su alcune linee, inclusa quella ad Alta Velocità. Questa situazione può rendere necessarie modifiche alla normale programmazione dell'orarie e riduzioni programmate della velocità. Il personale di Trenitalia nelle principali stazioni e a bordo dei treni sta fornendo alla clientela le necessarie informazioni. " Figo. Com'è che un manipolo di disturbati mentali ha avuto la malsana idea di costruire la Transiberiana? C'è o non c'è il ghiaccio da quelle parti? Sbaglio o i treni circolano lo stesso tranquillamente? Non mi risulta neanche che l'Italia abbia un clima tropicale o desertico per cui prevedere infrastruttuture che tengano conto del ghiaccio sia fuori discussione.
-Per esperienza diretta faccio notare che in Norvegia, dove i treni naturalmente non hanno i sedili coperti di neve e sono puntuali anche quando nevica (...!), se si legge con attenzione dentro alle carrozze c'è scritto : "Designed in Italy".
Sabato sono stata a Roma a partecipare al NoB Day. L'ho fatto per due ragioni: primo perché ho condiviso l'appello degli organizzatori e secondo perché volevo vedere con i miei occhi come sarebbe stata e verificare quanto i media l'avrebbero eventualmente mistificata. Sono andata con i Grilli Reggiani: siamo partiti con due pullman alle 6.00 del mattino dallo Stadio Giglio. Primo dato che mi ha colpito: due pullman pieni a larghissima maggioranza di giovani. Di più: dietro di me c'era una famiglia con un bambino di tre anni. Non ho potuto fare a meno di sentire parte della loro conversazione ed entrambi i genitori mi sembravano seriamente preoccupati ma anche impegnati e sensibili a
molti dei temi sollevati da Beppe Grillo.
Arrivati in piazza della Repubblica verso l'una, un'ora primadell'inizio ufficiale del corteo, sono rimasta sorpresa
dalla poca gente che c'era, che aumentava molto lentamente con il tempo. Il corteo è partito alle 15.00 invece che alle 14.00 e pure a quell'ora la piazza non era piena. Non nascondo la delusione che ho sentito in quel momento. Una fauna variegata, da gente che come me era la prima volta che andava a una manifestaziona e si limitava a
indossare simbolicamente qualcosa di viola, agli habitué dellemanifestazioni, ai nostalgici comunisti al limite un po' fanatici che andavano in giro con slogan tipo "cacciamo il fascista" e l'immagine di Berlusconi affiancata da quella di Mussolini. E poi giovani (la stragrande maggioranza), bambini, gente che suonava (una banda da strada
che suonava un arrangiamento per fiati e ottoni di Gianna di Rino Gaetano), giocolieri, ma anche persone all'apparenza "insospettabili": giacca e cravatta e immagine più da impiegato della City che da dimostrante. Tre i colori del corteo: viola, il colore ufficiale della manifestazione, bianco, le bandiere dell'Italia dei Valori, e infine
rosso. Qua apro una piccola parentesi: ho perso il conto dei nomi di partiti e partitelli che comparivano sulle varie
bandiere rosse con la falce e il martello. Questo mi ha fatto riflettere su quanti voti la "sinistra radicale" stia buttando al vento nell'essere così frammentata. Nel mucchio c'era anche un uomo che sventolava una bandiera del vecchio PC. Crisi d'identità profonda. Per dovere di cronaca ho visto anche qualche rara bandiera
del PD.
Buffamente, o forse neanche troppo, mentre eravamo lì a manifestare in nome della legalità, della trasparenza e altri massimi sistemi, c'era chi vendeva pashimine viola prendendole da un enorme sacchetto della spesa, chi cravatte viola, chi fischietti, che alle 13.00 costavano un euro l'uno e alle 15.00 già c'era l'offerta due fischietti un euro, il tutto con la massima abusiva scioltezza.
(Sorvolo su tutta la canna passiva che ho respirato).
Ma a parte gli aneddoti devo dire che il corteo è stato assoutamente pacifico, al limite del sonnolento a tratti. Ci sarebbe stato il tempo di fare spese, non so, regali di Natale, e riaccodarsi al corteo. Una tranquilla passeggiata
per le vie di Roma chiuse al traffico, dove si stava piuttosto larghi. Ho fatto tutto il percorso del corteo sempre con la delusione di vedere attorno a me poca gente, molta meno di quella che mi aspettavo: grande è stata la mia sorrpresa
nell'arrivare in piazza S.Giovanni e nel trovarla gremita! Pienissima: non sapevo che la maggior parte della gente era andata direttamente in piazza. Così, a spanne, faccio la mia stima anch'io: qualche centinaio di migliaia di persone (non saprei se più verso 200000 o mezzo milione).
Sono arrivata puntuale per ascoltare gli interventi che attendevo di più: quello di Dario Fo e Franca Rame, e quello di Moni Ovadia, dei quali riporto il video (li trovate tutti sul sito di Micromega). Mi dispiace di non essere arrivata in tempo per quello di Salvatore Borsellino, che ho ascoltato oggi, lacerante, drammatico, fiero.
Il momento per me più emozionante è stata la frase di Dario Fo riferita ai giovani che
(come me, tra l'altro) stanno seriamente valutando se andarsene oppure se ne sono già andati: "Metti giù la valigia, stai qua!" e poi, non ricordo se lui o Franca Rame, hanno urlato "Che se ne vadano loro!" E ho avuto finalmente un'immagine chiara di questa Italia: uno Stato Terminale.
Terminale nel senso di malato incurabile che aspetta solo di morire tra i dolori più atroci, e vi dico anche malato di cosa: cancro, cancro negli organi vitali. Cosa si fa in medicina quando un organo ha un cancro? Si cerca in tutti i modi di debellare le cellule degenerate, che rischiano di contagiare anche le altre, e al contempo si cerca di proteggere tutto ciò che è ancora sano. Ecco l'Italia che fa: ha il fegato in metastasi e amputa un piede sano, ha lo stomaco distrutto e si taglia le mani, non solo perfettamente sane, ma che suonano il pianoforte, dipingono, cucinano,accarezzano. Questo succede agli italiani che chiedono di essere cittadini, che lavorano, che imparano. Amputati. E il cancro rimane lì dov'è, nel palazzi del potere (anche a livello locale purtroppo, il Parlamento da solo non basta), a condannare a morte il resto. Non tacciatemi di qualunquismo: la gente davvero perde il lavoro,
davvero noi giovani siamo costretti a valutare seriamente se andarcene, tanto più quanto più siamo qualificati. Davvero io non riesco a immaginare il futuro di questo mio Paese se non in discesa.
Libri gettati per terra con la copertina nascosta. Edizioni supereconomiche: qualcuno ricorda le edizioni 100 pagine mille lire? Quelle. Gente attorno che li guarda, curiosa, impaziente che uno a caso di quelli venga girato e se ne scopra il titolo. Non sono libri a caso. Per il proprietario quei libri, in quelle edizioni spartane ma scommetto anche in tante altre copie, sono una compagnia fedele e immancabile da decenni, parte integrante del suo lavoro.
Una sala dal pavimento blu e le pareti a specchio, senza finestre.
Quei libri sono gran parte delle opere teatrali di Shakespeare, il proprietario è un attore di professione, quelle persone siamo noi.
Tutto questo per dire che in questi giorni ho vissuto una bella, anche se faticosa, esperienza teatrale.
Beh, non so proprio cosa scrivere, quindi ecco una notizia inutile. Negli ultimi tre giorni ho imparato a fare i canederli con lo speck con la ricetta trovata qua, gli gnocchi di patate (ricetta della mamma + google qb) e un'ottima zuppa di pomodori freschi e carote inventata sul momento, profumata al prezzemolo. Mi rendo conto che non ho ancora la categoria cucina nei miei post, provvedo subito.
... ma per la prima volta dopo non so quanto tempo ho visto il Teatro con la t maiuscola in tv: due ore di ossigeno senza pubblicità, due ore di intelligenza, musica, cultura, storia e storie. Stasera, in occasione del ventennale del muro di Berlino, la7 ha trasmesso in diretta dal porto di Taranto lo spettacolo di Marco Paolini "I miserabili". Per la prima volta ho sentito in televisione in prima serata parlare di termodinamica, di principio di indeterminazione di Heisenberg e di meccanica statistica, ognuna con il proprio nome. A un certo punto Paolini ha chiesto al pubblico: "cosa dice il secondo principio della termodinamica"? Beh è stato inquietante rendermi conto che se avessi dovuto rispondere avrei subito sbrodolato formule o parole tecniche e non avrei saputo lì per lì dare una spiegazione semplice, comprensibile a tutti, di una delle leggi fisiche che permeano di più la nostra vita quotidiana, Ma a parte l'excursus sulla fisica, penso che siano state due ore di verità, non nel senso di oggetto di fede, ma di profonde emozioni scaturite da una riflessione pacata e libera sulla Storia, in particolare degli ultimi vent'anni. Un'associazione mentale:
"Art. 4.
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società."
Non sono parole vuote.
PS Complimenti a una mia carissima amica, lettrice di questo blog, che oggi si è laureata. Festeggiamo due volte!
"La sposa liberata", di Abraham Yehoshua, Einaudi 2002, è il secondo romanzo che leggo dello stesso autore, dopo "Il responsabile delle risorse umane" (di cui ho scritto qua). Questo libro racconta circa un anno della storia familiare del professore di storia mediorientale all'università di Haifa Yohanan Rivlin. Il figlio Ofer, guardiano notturno e studente all'accademia di cucina di Parigi, cinque anni prima aveva divorziato dalla moglie Galia dopo un solo anno di matrimonio e, nonostante il lungo tempo trascorso dalla separazione, è ancora solo e fatica a ricrearsi una vita amorosa. La ragione del divorzio è sconosciuta a tutti tranne naturalmente che ai due ex-coniugi, che non vogliono assolutamente divulgarla. è proprio per comprendere questo divorzio e aiutare così il figlio a superare il trauma che Rivlin comincia la sua personale ricerca. La scintilla che fa scattare questa "indagine" è la morte del padre di Galia: Rivlin viene a sapere la notizia per caso e, contro la volontà di sua moglie Haghit, va alla pensione gestita dalla famiglia di Galia per porgere le condoglianze alla famiglia. Nel suo intento di capire il perché della fine del matrimonio, Rivlin è solo: si scontra con la netta volntà di sua moglie Haghit di lasciare perdere, con il silenzio determinato del figlio e di Galia e con le risposte vacue della famiglia della nuora. Un ruolo cruciale in tutta la vicenda è svolto dai personaggi arabi del romanzo: sono sia persone legate al lavoro di Rivlin (la giovane sposa e studentessa Samaher e la sua famiglia) e Fuad, il capocameriere della pensione della famiglia di Galia. E più in generale uno dei temi centrali del libro è la dialettica tra ebrei e arabi, ma su questo tornerò tra poco.
La scelta stilistica è originale: il libro è tutto narrato al presente, il più delle volte in modo neutro, ma ci sono anche tratti dove il narratore invoca alla seconda persona singolare il protagonista del paragrafo: in queste pagine l'autore dimostra tutta la sua empatia. Il libro in originale scritto è in lingua ebraica; nella traduzione che ho letto (non so se è una scelta della casa editrice italiana o se è così anche in originale) i dialoghi in arabo sono soltanto traslitterati (cioè si riproduce con l'alfabeto latino il suono delle parole arabe) e tradotti in nota. In questo modo il lettore può "ascoltare" l'arabo (divertendosi a indovinare la pronuncia), ma soprattutto può apprezzare pienamente il significato del passare da una lingua all'altra, come se stesse vedendo un'opera teatrale recitata. Rivlin infatti conosce perfettamente l'arabo e, quando parla con altri arabi, passa dall'ebraico alla loro lingua quando vuole conquistare la loro simpatia o creare complicità o intimità, soprattutto quando vuole nascondersi dagli altri personaggi che non parlano arabo. Mi ha colpito l'approccio intimo e quotidiano con la cultura araba, nonostante il protagonista sia un "teorico" di quella cultura: Rivlin sperimenta l'ospitalità calda e abbondante dei suoi amici arabi, addirittura un giorno, ospitato a casa di Samaher, digiuna per rispetto al Ramadan. Quello che in generale traspare dal libro è un senso di speranza che le tre comunità (ebraica, araba e cristiana) possano vivere insieme pacificamente. Purtroppo sono molto inesperta di storia israelo- palestinese, perciò non so dire quanto conti il fatto che il libro è stato scritto tra il 1998 e il 2001.
L'aspetto che mi è piaciuto di più è il modo schietto di rappresentare i personaggi (la moglie di Rivlin, Haghit, è un personaggio superbo) e i rapporti umani. Il rapporto tra Rivlin con suo figlio Ofer è descritto con naturalezza e realismo. I momenti di profondo dolore e angoscia sono resi con compostezza, senza nessuna concessione al patetico.
Concludo parlando del titolo. Pure in questo caso non posso giudicare se sia stato reso bene il titolo originale, perché non so l'ebraico. Ho visto che la traduzione inglese non è esattamente equivalente a quella italiana, "liberated" è più simile secondo me alla parola "emacipato". Quello che posso dire è che ci sono tre spose, contemporaneamente liberate e liberatrici: Galia, Samaher e la vedova Swissa.
Ho fatto la mia buona anzione quotidiana: ho votato alle primarie del PD. L'ho fatto da elettore potenziale, perché finora il PD mi ha ispirato troppo poca fiducia per avere il mio voto. Ho votato perché se un giorno volessi votarlo vorrei che fosse un po' più come piace a me, cioè laico. E perché se tante persone dimostrano interesse, anche se solo potenziale, verso questo ectoplasma di partito di sinistra (anche se secondo Rutelli non si deve dire che il PD è di sinistra, lo ha detto qualche giorno fa da Corradino Mineo al Caffè di Rainews24), può comunque essere un segnale che non tutti gli italiani sostengono la maggioranza di governo.
Rimangono comunque tutte lì le mie forti perplessità sul PD, dal non essere allo stato attuale un partito laico, agli ammiccamenti imbarazzanti all'Udc, all'irresponsabilità di fronte agli elettori che si è manifestata tra l'altro nell'assenza in Parlamento durante la votazione sullo scudo fiscale, alla logica clientelare di cui si nutre a tutti i livelli, all'indifferenza alle vicende del Paese nel periodo pre-primarie perché tutti quanti nel PD erano troppo presi nel gioco di strategia dei voti, all'autorefenzialità, all'assurda volontà di veltroniana memoria di dialogare con chi spara a zero sulla democrazia, all'assenza di una voce comune su troppe questioni, alla litigiosità cronica. Insomma prima che ottengano il mio voto alle elezioni vere c'è ancora molta strada da fare.
Qualche collegamento caramellato, tastiera, track pad e tasto di accensione da cambiare. Tutto qua. Otello e' stato mitico. Nessun danno serio. Costo di riparazione ragionevolissimo (e molto minore del valore del computer).
Iubilate, iubilate:
Otello torna a casa.
E all'assistenza butteranno un po' di rifiuti nell'umido/biologico dato che sotto la tastiera di otello ci avranno trovato bucce di patate, di mela, schegge di gusci di noce, cristalli di zucchero...
Otello e' il mio portatile, un mac nero. Sabato pomeriggio ha avuto un incidente. Sulla tastiera si sono riversati svariati centilitri di birra. L'ho asciugato subito e sembrava tutto a posto. Poi l'ho chiuso e l'ho messo via. Non si e' piu' riacceso . Oggi lo porto all'assistenza, speriamo che si aggiusti.