Con una puntualità curiosa e tuttavia del tutto casuale, nella stessa settimana ho visto "Persepolis" al cinema e letto "La notte dei calligrafi", di Yasmine Ghata. In neanche 200 pagine l'autrice narra la storia della nonna, vissuta nel pieno del '900 in Turchia. Di nobili origini, la sua vita si intreccia con la storia traumatica della nazione. Rikkat (nome della protagonista) trova nell'arte della calligrafia la sua piena realizzazione artistica, la ricerca del divino e un rifugio costante dalle vicende familiari spesso deludenti. Si fondono realtà e creature immaginarie del Corano, insieme a fantasmi lunatici del passato.
Riporto un passo dall'inizio:
"La mia morte fu dolce come la punta della canna che intinge le fibre nel calamaio, più rapida dell’inchiostro bevuto dalla carta.
Mi sono premurata di non lasciare alcun disordine dietro di me, ho messo a posto la mia vita e il mio materiale di calligrafa.
Calami,
makta,
divit, e il loro respiro di inchiostro erano a portata di mano, disposti in ordine di uso e dimensione, collocati alla stessa distanza uno dall’altro per prevenire gelosie e litigi. Morta io, si sarebbero scannati a vicenda. Perciò me ne andai serena, lasciando i miei utensili divenuti prolungamento della mia mano, morsa delle mie dita, compagni fedeli e obbedienti, dopo essere stati per breve tempo indisciplinati, quando la malattia e la follia si erano impossessate di me."