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Ieri sera c'è stata una cena molto particolare, nella quale ogni invitato era invitato a portare o da bere, o un cibo etnico della sua zona di provenienza. è stata un'esperienza eclettica: dall'Italia alla Turchia, dall'Uzbekistan alla Cina, dalla Colombia alla Croazia, dagli USA all'India e qualcuno forse l'ho dimenticato. Nella mia personale classifica ha vinto il riso con le carote e la carne preparato dal ragazzo uzbeko. Specifico che dire semplicemente "Italia" è riduttivo perché dovrei specificare ogni regione coinvolta e soprattutto nasconde la diatriba regionale sulla paternità della parmigiana di melanzane che ha occupato alcuni dei ragazzi-chef presenti.
E adesso un paio di storie. Giù al nord
Film di Dany Boon del 2007. Piacevolissimo, divertente e originale. Narra di un direttore delle poste costretto a trasferirsi, invece che in Costa Azzurra come avrebbe desiderato, nel nord della Francia a Nord-Pas de Calais, a causa di un provvedimento disciplinare nei sui confronti. Peccato che nell'immaginario di tutti gli altri francesi, in particolare quelli del Sud, quella zona della Francia sia funestata da freddo polare tutto l'anno e sia abitata da gente strana, burbera, rozza e soprattutto dalla parlata incomprensibile, completamente diversa dal francese ufficiale, insomma un autentico inferno in terra francese. Il protagonista deve partire e, essendo la moglie depressa e perciò particolarmente sensibile ai cambiamenti radicali, la lascia a casa con il figlio. L'accoglienza per il protagonista non è delle più semplici, ma tempo pochi giorni e il problema diventa convincere la moglie che nonostante tutto il nord non è così male!
L'unico problema è che questo film andrebbe visto in lingua originale, perché è fondamentale il contrasto tra il francese "ufficiale" e il dialetto del nord. I traduttori hanno dovuto inventarsi una strana parlata italiana che per i primi minuti sembra del tutto artificiosa e sottrae lo spettatore all'atmosfera del luogo. Ma per la mia scarissima conoscenza del francese la versione originale sarebbe totalmente incomprensibile.
Un magnifico affresco di una zona della Francia sconosciuta (a me ma credo anche a buona parte del pubblico) affascinante e vivibilissima. Né qui né altrove
Ho letto l'ultimo libro di Gianrico Carofiglio, "Né qui né altrove, una notte a Bari", Laterza.Quando sono andata in libreria per comprarlo ho avuto qualche problema a trovarlo perché non mi aspettavo che fosse nella sezione "narrativa di viaggi". Che dire? Ho un rapporto particolare con i lavori di Carofiglio, è un autore che mi coinvolge ma che a volte mi lascia con una sensazione di imcompiutezza. Come con "Il passato è una terra straniera" e questo romanzo appunto. Entrambi i romanzi sono caratterizzati da un doppio piano narrativo: in "Il passato è una terra straniera" troviamo due storie parallele mentre nel secondo, come suggerisce il titolo, c'è la descrizione-rievocazione di Bari tramite i ricordi del protagonista, sostenuta dalla narrazione dell'incontro di vecchi amici che dura un'intera notte, a Bari ovviamente. Non ho capito l'intento dell'autore, se semplicemente descrivere in modo romanzato la sua città e se raccontare a tutto tondo la storia dei personaggi. Quest'ultima sembra un pretesto e pure è ricca di spunti interessanti, che purtroppo vengono lasciati secondo me un po' in sospeso. Non ci è dato sapere se il protagonista sia più simile all'autore o al personaggio più famoso di Carofiglio, l'avvocato Guerrieri. Notevole il gioco di prospettiva creato con l'amico, Paolo, trasferitosi a Chicago. Carofiglio è riuscito comunque a incuriosirmi, non avevo idea di quanto fosse ricca la storia di Bari e, se mi capiterà di andarci, visiterò con piacere tutte le librerie descritte (quelle ancora esistenti ovviamente) e assaggerò la focaccia (togliendo le olive nere che non mi piacciono).
(ATTENZIONE: Nel post seguente avrete una dimostrazione di quanto può essere squisitamente inutile un blog)
Lunedì ho comprato la mia prima melanzana e stasera l'ho cucinata. Un altro cibo vagamente salutare e poco calorico che viene cancellato dall'indice oscuro dei cibi che mi fanno schifo. Va a fare compagnia all'insalata, allo yogurt, alla marmellata (quelle molto dolci e anche un po' finte, micca quelle fatte in casa che sanno ancora troppo di genuino e non tossico), al finocchio. Tutte cose che ho cominciato ad apprezzare nella vita da fuorisede (lo yogurt in particolare si è manifestato un giorno ai miei occhi come un miracolo di efficienza: è già pronto, apparentemente salutare ma sotto sotto sa essere anche molto porco, vedi Muller con i cereali al cioccolato oppure bianco intero con le scaglie di ciocclato fondente i biscotti e i cereali possibilmente cioccolatosi [e mi è venuto in mente adesso ma a 'sto punto facciamo 31 anche con lo sciroppo d'acero]).
Sono tornata da Pisa, ancora viva.
Film visto a Pisa: "Un altro pianeta" di Stefano Tummolini. Leggo con sorpresa da mymovies che è stato prodotto con "980 euro di budget in tutto, auto-reperiti ed autogestiti".
81 minuti di narrazione spontanea e del tutto naturale. Più volte nella mia testa ho anticipato le battute successive in alcuni dialoghi, non perché appartenessero ai cliché dei dialoghi cinematografici, ma perché più semplicemente erano dialoghi reali tra persone reali.
Molto esplicito sul nudo e sulle scene di sesso, ma mai volgare.
il film si svolge in una giornata di inizio estate che i personaggi trascorrono al mare (in una spiaggia vicino a torvajanica). Seguiamo la storia di un uomo napoletano, un po' schivo, dai modi molto diretti, con un corpo da bronzo di Riace che incontra alcune giovani donne, accompagnate a loro volta da un professore intellettualoide e da un amico un po' ammaliatore.
Nella primissima scena del film scopriamo che il protagonista è gay e che vorrebbe semplicemente passare una giornata solo e tranquillo. Ma viene subito coinvolto da questo gruppo di donne nella loro compagnia e con lo scorrere delle ore (mostrato semplicemente con la differente luce del paesaggio) si dipanano le storie, passate e presenti, in particolare del protagonista e di Daniela, la "zitella" delle tre donne (anch'ella con un corpo perfetto, scolpito e un po' androgino).
La regia appare talmente sobria e silenziosa da confondersi con una pura registrazione di un giorno d'estate sulla spiaggia. E allora risaltano i dettagli più quotidiani, il caffé nel thermos, alcune attrici con un po' di cellulite, le riviste da sotto-l'ombrellone vagamente idiote e le parlate regionali degli attori, non ostentate né enfatizzate.
La novità più divertente di questo finesettimana è il dvd della prima serie di Boris, consigliato da un amico che di risate se ne intende. è una sit-com geniale dove una sciaguratissima troupe televisiva italiana deve girare una fiction all'italiana di serie Z come quelle che raiuno, retequattro e canale 5 amano tanto. direi che l'estetica che sta dietro alla regia di questo tipo di fiction italiane è riassunta lapidariamente bene dalle parole del regista: "alla cazzo di cane". In 24 ore abbiamo visto praticamente tutto il dvd della prima serie, ha un effetto stupefacente, ma anche un po' deprimente quando alla tv su raiuno si vede pippo baudo che presenta il nuovo film di massimo boldi "la fidanzata di papà" come fosse Fellini.
Ovviamente dal novero delle fiction di serie Z sono esclusi capolavori come "Il commissario Montalbano" o, a un livello secondo me inferiore ma comunque gradevole, "L'avvocato Guerrieri".
Se avete un quarto d'ora di tempo (è un po' lungo) leggete questo , un interessante articolo di Alexander Stille sulla figura di Berlusconi e il suo uso delle donne e del sesso come di un trofeo, un oggetto di ostentazione e una rapida carrellata degli amici di Berlusca in parlamento. A proposito, guardatevi anche questa bella iniziativa: Not speaking in my name (alla quale ho aderito con piacere, anche se ci mettono un po' a pubblicare le foto).
Ieri sera al cinema ho visto "La Banda Baader Meinhof". 2 ore e mezzo di bombe, omicidi e crisi esistenziali: non è decisamente un film di evasione. L'ho trovato di un'attualità sconcertante, penso alle prime scene dove personaggi non meglio precisati caricano, feriscono e uccidono studenti dimostranti e la polizia subito fa finta di non vedere, poi si aggrega ai picchiatori in giacca e cravatta.
Quel film mi ha ricordato ancora una volta che le folle acclamanti mi fanno paura e che in questo periodo il concetto di libertà si sovrappone troppo pericolosamente con quello di libertà di annuire, di piegare il capo con un gesto d'istinto.
Una madre che abbandona le due figlie piccole per la causa della lotta armata, famiglie lacerate, per la semplice appartenenza dei suoi componenti a generazioni diverse. La difesa dei diritti dell'umanità fatta con il mitra, e la rivendicazioen della democrazia con i carri armati.
E ancora una volta è rappresentata l'impossibilità di fare storia del tutto, come ben sappiamo anche riguardo alla storia di'Italia de dopoguerra. Forse non arriveremo mai alla conoscenza esatta di quei fatti necessaria per guardarli con distacco e giudicarli come passati del tutto.
Mi ha positivamente stupito l'altissima affluenza alle urne degli americani. Spero che l'Europa, e in particolare l'Italia, abbiano lo stesso coraggio di voltare pagina (come spero farà Obama).