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Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità.
Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001

Alcune delle immagini contenute sono prese dal web. Per qualsiasi problema fatemi sapere e verranno rimosse.
Some images are taken from the web. For any problem about this, let me know and the images will be removed
domenica, 26 aprile 2009

25 aprile alla Risiera di S. Sabba

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"Hanno tentato in tutti i modi di nasconderla con altre cose di pari bruttezza, ma la cicatrice non si è fatta intimidire. Eccola lì che sporge sulla strada, coi mattoni rossi e l'apertura,- splendida, insuturabile - del corridoio di cemento . Monumentalizzare la cicatrice, è stata questa l'idea che ha reso la Risiera di San Sabba, prima ancora che scrigno sacro del dolore e della memoria, la più bella opera d'arte della città.
La Risiera era nata nel 1913 come stabilimento per la pilatura - trattavano il riso, qui dentro, prima di bruciare le persone. Con i nazisti diventò inizialmente campo di prigionia per i soldati italiani  catturati dopo l'8 settembre, poi campo di dentenzione e polizia (Polizeihaftlager) destinato allo smistamento degli ebrei deportati in Germania e in Polonia, infine vero e proprio campo di sterminio di partigiani e detenuti politici italiani, sloveni e croati.
Nel forno crematorio di San Sabba sono finiti tra i quattromila e i cinquemila esseri umani. Pochi, rispetto alle capacità produttive di Auschwitz, ma abbastanza per fare di questo posto l'unico campo di sterminio in territorio italiano. I tedeschi scelsero Trieste perché sapevano di potere contare su una regione, quella del Friuli Venezia Giulia, dove meglio avevano attecchito gli ideali fascisti e le leggi razziali.
[...]
Due metri per due metri per un metro. La porta di legno, con una fessura che veniva aperta mezzora al giorno. Due tavolazzi che occupano tre quarti dello spazio e che di fatto costringevano i detenuti a stare sempre distesi. Scavalco il cordone, mi chiudo dentro il loculo, reagendo all'impennata del cuore con un bel respiro. Annuso l'umidità, il buio. Vicino l'istinto e mi stendo sul tavolazzo di sotto, appoggio la schiena sopra la schiena dei suppliziati. Conto fino a dieci cercando di non pensare ad altro che alla fidata successione dei numeri e poi sguscio fuori con la gioia della luce che mi scoppia nel cervello. Sulla porta della sala - solo ora me ne accorgo - c'è un custode che mi osserva. Non mi sgrida, non  mi dice niente, mi guarda come se avesse capito. Io continuo a camminare, con il sole che è tornato a carezzarmi, ad abbracciarmi.
[...]
Chi entrava in quelle cellette sapeva che non sarebbe partito per nessun'altra destinazione - niente Auschwitz, niente Dachau-, sapeva che lo avrebbero finito con un colpo di mazza di ferro e buttato nel fuoco. Era un sapere difficile da sostenere, eppure poteva passare anche molto tempo prima di potersene liberare. C'è gente che è rimasta per sei mesi lì dentro, con la morte seduta sul petto. [...]
"
Mauro Covacich, da "Trieste sottosopra" Laterza, 2008 (Stralci da "La Risiera di San Sabba. VIsita a un forno crematorio")


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25 aprile celebrato alla Risiera di San Sabba. Cerimonia di un'ora. Per la prima volta ho toccato con mano la natura multietnica di questa città, per la prima volta ho sentito parlare sloveno come una lingua alla pari dell'italiano nella lettura di diari di deportati, nei discorsi delle autorità, nei canti partigiani, nei riti religiosi. Devo dire che, oltre al luogo, totalmente assurdo, domato ma non del tutto dalla bruttezza del quartiere periferico che lo circonda, sono stata colpita dai riti religiosi. Non hanno celebrato quello ebraico per rispetto al Sabato. Prima il vescovo di Trieste, in italiano e in sloveno e il pastore valdese luterano hanno pronunciato i loro brevi discorsi. Poi il serbo ortodosso e il greco orientale. In particolare il serbo ortodosso mi ha stupito: io non lo vedevo perché c'era un sacco di gente e non c'era un palco, sentivo solo la sua voce bassissima e profondissima che cantilenava in modo ipnotico in una lingua che non sono stata in grado di riconoscere.
In quel tempo mi sono resa conto che davvero Trieste è un confine, cosa che dopo due anni e mezzo non mi era ancora successa. La memoria trasmessa in tante lingue, la storia che si manifesta nella sua archittettura eterogenea, nella sua cucina austroungarica, ma anche nelle sue aberrazioni: nella stessa città ci sono un campo di sterminio nazista e una foiba.
La cerimonia si è conclusa ufficialmente con "Bella ciao", cantata dal coro partigiano e da tutti noi presenti.

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postato da: ridarella alle ore 16:26 | link | commenti (1)
categorie: storia
mercoledì, 22 aprile 2009

Frammenti e compleanni

Sto cominciando a sgretolarmi, ieri mi si è rotto un pezzettino di molare.
E oggi scade l'ultima carte verde della mia carriera di utente delle Ferrovie dello Stato.
Buon compleanno a RIta Levi Montalcini e a Asended.

postato da: ridarella alle ore 14:21 | link | commenti (1)
categorie: amici
domenica, 19 aprile 2009

Vedere cieco

Scendo dal treno, compro al supermercato della stazione un litro di latte fresco intero e mezzo litro uht parzialmente scremato da usare la prossima volta che arriverò qua e non avrò tempo di fare la spesa. Insieme a una quindicina di studenti, tutti con borsa per il portatile o zaino e trolley, aspetto qualche minuto l'autobus. Salgo. Salgono anche due signori anziani, un uomo e una donna. Li guardo. Lui l'ho già visto, assomiglia a qualcuno di noto. Dubbio: non sarà mica il mio vicino di casa? (E di conseguenza la signora sua moglie). Li riguardo. Boh. Imbarazzo. Sono due anni che condivido una parete dell'appartamento con i miei vicini, li vedo quasi tutti i giorni, li sento litigare quasi tutte le mattine verso le sette, sento lei che passa l'aspirapolvere tutti i sabati mattina alle 8, e non sono in grado di riconoscerli. Lui parla triestino con la donna e ogni tanto mi guarda. No, lei non è la moglie del vicino, mi ricordo una signora con i ricci grigi, non biondi lisci con tratti austroungarici. Ok, lei non mi torna tanto, ma lui ci assomiglia. E mi guarda. Ah, cacchio, vuoi vedere che lei è l'amante, la compagna di merende, e lui non mi saluta per una strana idea di cameratismo? Sono paranoica. Imbarazzo. Intanto le fermate passano e loro non scendono. Io devo scendere al capolinea. Che figura di merda, non riconoscere i miei vicini. Però mi pare di ricordare che abbiano una faccia più simpatica. E poi non mi salutano neanche loro. Capolinea. Scendono anche loro. Imbocco la strada per andare a casa, loro saranno 20 metri dietro di me. Attraverso la strada all'altezza della piscina. Continuo ad averli dietro. Merda sono davvero i miei vicini e io non li ho riconusciuti. Che figura. Mi dovrò scusare. Eppure non mi torna. Me li ricordo più sorridenti. Imbocco l'ultima stradina stretta che porta al mio condominio. Guardo dietro di me e non ci sono più. Però. Però c'è una salita molto ripida prima di arrivare alla stradina, quindi loro forse sono un po' più lontani di prima perché camminano più lenti. Apro il portone, prendo con calcolata lentezza la posta. Nessuno che arriva. Allora non erano i miei vicini. Prendo l'ascensore. Arrivo al piano apro e sento un casino infernale proveniente (credo) dall'appartamento dei vicini, tipo cena di famiglia. Allora non erano loro! Beh, almeno ho evitato una figuraccia. Nella paranoia più totale avvicino l'orecchio alla parete condivisa e sì, decisamente il chiacchiericcio ad alto volume viene da lì. Ma davvero abito di fianco a due persone da due anni e mezzo e non sono in grado di riconoscerli sull'autobus? Ma li guardo quando passano o per me sono solo ologrammi, diafane ombre del concetto di vicino-di-casa? Sento una porta sbattere, il rumore dei tacchi in casa, come di chi è appena entrato.

postato da: ridarella alle ore 22:23 | link | commenti (1)
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giovedì, 09 aprile 2009

Precarietà

La notizia del terremoto in Abruzzo mi riempie di angoscia. Mi ricorda che ciò ci circonda è fragile e in un momento a caso può scomparire. Deve essere terribile e indescrivibile il dolore di perdere persone care in questo modo, per un capriccio del caso. E in secondo luogo rendersi conto che ciò che si è faticato tanto a costruire, la casa, il lavoro, un equilibrio emotivamente stabile tra le varie istanze del quotidiano, gli oggetti che usiamo tutti i giorni, l'odore di casa propria, è andato irrimediabilmente distrutto in pochi secondi.
Quello che invece mi fa indignare è pensare che tante vite si potrebbero salvare, che questa strage, se non evitarla, si sarebbe potuta ridimensionare. Quando impareremo che abitiamo in un paese ad altissimo rischio sismico? Che invece di edificare a casaccio giusto per foraggiare i palazzinari bisognerebbe nel limite del possibile rendere più sicuri gli edifici già esistenti? Possibile che per il  rapporto irresponsabile che noi italiani abbiamo con le Regole debbano morire centinaia di persone? (Mi riferisco anche alle costanti morti sul lavoro).
In questo momento vorrei sapere come stanno gli abitanti delle zone terremotate dell'Umbria di qualche anno fa (tanto è labile  la mia memoria storica che non mi ricordo neanche l'anno), perché, passata l'emergenza, poi non se n'è più parlato. Mi chiedo: ce l'hanno fatta a riavere una casa, una vita normale?

postato da: ridarella alle ore 16:01 | link | commenti
categorie: storia
domenica, 05 aprile 2009

Eccellente

Non avevo mai visto il Rocky Horror Show dal vivo. Due ore di godimento puro. Mi sono divertita fino alle lacrime, ho urlato cantato e ballato alla fine dello spettacolo, con il bis di Time Warp. Un 'ottima scenografia, con la band dal vivo. La cosa che mi ha fatto più impazzire sono stati i costumi. Solo per dare un assaggio: Brad era interpretato da un attore tedesco, spalle larghissime, biondo, fenotipo da macho teutonico. Nella seconda parte dello show lo vediamo indossare: scarpe con i tacchi di circa 10 cm rosse lucide, calze a rete nere, slip e corpetto nero di pelle, cuoricini sui capezzoli (uno nero e uno rosso), piume di struzzo rosse come coda, trucco vistosissimo. Ma parliamo anche di Rocky: biondo con un viso da innocente tipo ken di barbie, dopo la sobrietà dell'inizio (scalzo con pantaloni dorati un po' scampanati, torso nudo), lo ritroviamo alla fine con: scarpe come quelle di Brad (vedi sopra), calze rete, slip di pelle rossa belli aderenti e poi, e qui è il tocco geniale, torso nudo con solo un'intelaiatura di stringhe di pelle nera, tipo guinzaglio. Porchissimo, bellissimo.
Sono ufficialmente entrata nella comunità dei fan accaniti del Rocky Horror Picture Show.

postato da: ridarella alle ore 17:59 | link | commenti
categorie: teatro
venerdì, 03 aprile 2009

Domani!

Ore 16.00 Teatro Rossetti, biglietto di platea in seconda fila. Non vedo l'ora!

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postato da: ridarella alle ore 10:15 | link | commenti (3)
categorie:
mercoledì, 01 aprile 2009

Se stesso o sé stesso?

Leggendo "L'eleganza del riccio" a un certo punto ho sentito uno stravolgimento viscerale: ho visto scritto "sé stesso".invece che "se stesso". Ho pensato: ok errore di battitura. Poi un altro "sé stessa". Poi un altro. Tutti. Ora allle elementari, alle medie e alle superiori mi hanno insegnato che scrivere "sé stesso" merita a essere clementi la ghigliottina, giusto giusto perché gli inquisitori professionali (con il loro assortimento di metodi di convincimento non esattamente indolori) sono al momento non disponibili. Per togliermi il dubbio (prima di scrivere direttamente alla casa editrice se non avessi avuto risposte) sulla correttezza di "sé stesso", ho controllato sul sito dell'accademia della Crusca. La risposta è qui per chi è interessato. Risultato della ricerca: nessuna delle due versioni è censurabile.

Da una parte ora sono contenta perché questo dubbio mi stava un po' angosciando, dall'altra ci sono rimasta male: è come se mi avessero detto che "anno" è sia il periodo di 365 giorni che comincia il primo gennaio, sia una dizione rara ma non censurabile della terza persona plurale del verbo avere.

postato da: ridarella alle ore 14:03 | link | commenti
categorie: letture