"Hanno tentato in tutti i modi di nasconderla con altre cose di pari bruttezza, ma la cicatrice non si è fatta intimidire. Eccola lì che sporge sulla strada, coi mattoni rossi e l'apertura,- splendida, insuturabile - del corridoio di cemento . Monumentalizzare la cicatrice, è stata questa l'idea che ha reso la Risiera di San Sabba, prima ancora che scrigno sacro del dolore e della memoria, la più bella opera d'arte della città.
La Risiera era nata nel 1913 come stabilimento per la pilatura - trattavano il riso, qui dentro, prima di bruciare le persone. Con i nazisti diventò inizialmente campo di prigionia per i soldati italiani catturati dopo l'8 settembre, poi campo di dentenzione e polizia (Polizeihaftlager) destinato allo smistamento degli ebrei deportati in Germania e in Polonia, infine vero e proprio campo di sterminio di partigiani e detenuti politici italiani, sloveni e croati.
Nel forno crematorio di San Sabba sono finiti tra i quattromila e i cinquemila esseri umani. Pochi, rispetto alle capacità produttive di Auschwitz, ma abbastanza per fare di questo posto l'unico campo di sterminio in territorio italiano. I tedeschi scelsero Trieste perché sapevano di potere contare su una regione, quella del Friuli Venezia Giulia, dove meglio avevano attecchito gli ideali fascisti e le leggi razziali.
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Due metri per due metri per un metro. La porta di legno, con una fessura che veniva aperta mezzora al giorno. Due tavolazzi che occupano tre quarti dello spazio e che di fatto costringevano i detenuti a stare sempre distesi. Scavalco il cordone, mi chiudo dentro il loculo, reagendo all'impennata del cuore con un bel respiro. Annuso l'umidità, il buio. Vicino l'istinto e mi stendo sul tavolazzo di sotto, appoggio la schiena sopra la schiena dei suppliziati. Conto fino a dieci cercando di non pensare ad altro che alla fidata successione dei numeri e poi sguscio fuori con la gioia della luce che mi scoppia nel cervello. Sulla porta della sala - solo ora me ne accorgo - c'è un custode che mi osserva. Non mi sgrida, non mi dice niente, mi guarda come se avesse capito. Io continuo a camminare, con il sole che è tornato a carezzarmi, ad abbracciarmi.
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Chi entrava in quelle cellette sapeva che non sarebbe partito per nessun'altra destinazione - niente Auschwitz, niente Dachau-, sapeva che lo avrebbero finito con un colpo di mazza di ferro e buttato nel fuoco. Era un sapere difficile da sostenere, eppure poteva passare anche molto tempo prima di potersene liberare. C'è gente che è rimasta per sei mesi lì dentro, con la morte seduta sul petto. [...]
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Mauro Covacich, da "Trieste sottosopra" Laterza, 2008 (Stralci da "La Risiera di San Sabba. VIsita a un forno crematorio")
25 aprile celebrato alla Risiera di San Sabba. Cerimonia di un'ora. Per la prima volta ho toccato con mano la natura multietnica di questa città, per la prima volta ho sentito parlare sloveno come una lingua alla pari dell'italiano nella lettura di diari di deportati, nei discorsi delle autorità, nei canti partigiani, nei riti religiosi. Devo dire che, oltre al luogo, totalmente assurdo, domato ma non del tutto dalla bruttezza del quartiere periferico che lo circonda, sono stata colpita dai riti religiosi. Non hanno celebrato quello ebraico per rispetto al Sabato. Prima il vescovo di Trieste, in italiano e in sloveno e il pastore valdese luterano hanno pronunciato i loro brevi discorsi. Poi il serbo ortodosso e il greco orientale. In particolare il serbo ortodosso mi ha stupito: io non lo vedevo perché c'era un sacco di gente e non c'era un palco, sentivo solo la sua voce bassissima e profondissima che cantilenava in modo ipnotico in una lingua che non sono stata in grado di riconoscere.
In quel tempo mi sono resa conto che davvero Trieste è un confine, cosa che dopo due anni e mezzo non mi era ancora successa. La memoria trasmessa in tante lingue, la storia che si manifesta nella sua archittettura eterogenea, nella sua cucina austroungarica, ma anche nelle sue aberrazioni: nella stessa città ci sono un campo di sterminio nazista e una foiba.
La cerimonia si è conclusa ufficialmente con "Bella ciao", cantata dal coro partigiano e da tutti noi presenti.