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Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità.
Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001

Alcune delle immagini contenute sono prese dal web. Per qualsiasi problema fatemi sapere e verranno rimosse.
Some images are taken from the web. For any problem about this, let me know and the images will be removed
giovedì, 29 ottobre 2009

"La sposa liberata", di Abraham Yehoshua

"La sposa liberata", di Abraham Yehoshua, Einaudi 2002, è il secondo romanzo che leggo dello stesso autore, dopo "Il responsabile delle risorse umane" (di cui ho scritto qua). Questo libro racconta circa un anno della storia familiare del professore di storia mediorientale all'università di Haifa Yohanan Rivlin. Il figlio Ofer, guardiano notturno e studente all'accademia di cucina di Parigi, cinque anni prima aveva divorziato dalla moglie Galia dopo un solo anno di matrimonio e, nonostante il lungo tempo trascorso dalla separazione, è ancora solo e fatica a ricrearsi una vita amorosa. La ragione del divorzio è sconosciuta a tutti tranne naturalmente che ai due ex-coniugi, che non vogliono assolutamente divulgarla. è proprio per comprendere questo divorzio e aiutare così il figlio a superare il trauma che Rivlin comincia la sua personale ricerca. La scintilla che fa scattare questa "indagine" è la morte del padre di Galia: Rivlin viene a sapere la notizia per caso e, contro la volontà di sua moglie Haghit, va alla pensione gestita dalla famiglia di Galia per porgere le condoglianze alla famiglia. Nel suo intento di capire il perché della fine del matrimonio, Rivlin è solo: si scontra con la netta volntà di sua moglie Haghit di lasciare perdere, con il silenzio determinato del figlio e di Galia e con le risposte vacue della famiglia della nuora. Un ruolo cruciale in tutta la vicenda è svolto dai personaggi arabi del romanzo: sono sia persone legate al lavoro di Rivlin (la giovane sposa e studentessa Samaher e la sua famiglia) e Fuad, il capocameriere della pensione della famiglia di Galia. E più in generale uno dei temi centrali del libro è la dialettica tra ebrei e arabi, ma su questo tornerò tra poco.
La scelta stilistica è originale: il libro è tutto narrato al presente, il più delle volte in modo neutro, ma ci sono anche tratti dove il narratore invoca alla seconda persona singolare il protagonista del paragrafo: in queste pagine l'autore dimostra tutta la sua empatia. Il libro in originale scritto è in lingua ebraica; nella traduzione che ho letto (non so se è una scelta della casa editrice italiana o se è così anche in originale) i dialoghi in arabo sono soltanto traslitterati (cioè si riproduce con l'alfabeto latino il suono delle parole arabe) e tradotti in nota. In questo modo il lettore può "ascoltare" l'arabo (divertendosi a indovinare la pronuncia), ma soprattutto può apprezzare pienamente  il significato del passare da una lingua all'altra, come se stesse vedendo un'opera teatrale recitata. Rivlin infatti conosce perfettamente l'arabo e, quando parla con altri arabi, passa dall'ebraico alla loro lingua quando vuole conquistare la loro simpatia o creare complicità o intimità, soprattutto quando vuole nascondersi dagli altri personaggi che non parlano arabo. Mi ha colpito l'approccio intimo e quotidiano con la cultura araba, nonostante il protagonista sia un "teorico" di quella cultura: Rivlin sperimenta l'ospitalità calda e abbondante dei suoi amici arabi, addirittura un giorno, ospitato a casa di Samaher, digiuna per rispetto al Ramadan. Quello che in generale traspare dal libro è un senso di speranza che le tre comunità (ebraica, araba e cristiana) possano vivere insieme pacificamente. Purtroppo sono molto inesperta di storia israelo- palestinese, perciò non so dire quanto conti il fatto che il libro è stato scritto tra il 1998 e il 2001.
L'aspetto che mi è piaciuto di più è il modo schietto di rappresentare i personaggi (la moglie di Rivlin, Haghit, è un personaggio superbo) e i rapporti umani. Il rapporto tra Rivlin con suo figlio Ofer  è descritto con naturalezza e realismo. I momenti di profondo dolore e angoscia sono resi con compostezza, senza nessuna concessione al patetico.
Concludo parlando del titolo. Pure in questo caso non posso giudicare se sia stato reso bene il titolo originale, perché non so l'ebraico. Ho visto che la traduzione inglese non è esattamente equivalente a quella italiana, "liberated" è più simile secondo me alla parola "emacipato". Quello che posso dire è che ci sono tre spose, contemporaneamente liberate e liberatrici: Galia, Samaher e la vedova Swissa.


postato da: ridarella alle ore 13:50 | link | commenti
categorie: libri, letture
lunedì, 05 ottobre 2009

Dall'Islanda

Era da tanto che volevo scrivere qualcosa sui libri di Arnaldur Indriðason, ma per pigrizia non l'ho fatto finora. Indiriðason è un autore di gialli islandese di cui ho letto i quattro libri con il commissario Erlendur Sveinsson pubblicati in Italia (la serie intera è di nove): "Un corpo nel lago", "Sotto la città" (che ho appena appena finito di leggere), "La signora in verde" e "La voce".
Come forse sapete già il giallo è il mio genere letterario preferito. Sarebbe troppo lungo cercare di capire perché mi piace tanto, e decisamente non è questo il luogo per approfondire la questione. Dico solo che mi piace vedere come questo genere si evolve storicamente (da Edgar Allan Poe fino ad ora), ma soprattutto sono curiosa su come si evolva "geograficamente", su come venga affrontato da scrittori di diversa nazionalità e come questi riescano a raccontarci qualcosa della loro terra usando le storie delle persone come filtro.
Il primo libro di Indriðason che ho letto è "Un corpo nel lago" (sesto della serie), attratta dal titolo e dalla bellissima edizione Guanda.
Non affronterò uno a uno tutti i libri, perciò mi limiterò a dire cosa li accomuna.
Il protagonista è il commissario Erlendur Sveinsson della polizia di Reykjavik, un uomo solo, cinquantenne, divorziato, ciccione, che fuma continuamente e mangia quasi esclusivamente cibi precotti scaldati a microonde. Erlendur lascia la moglie con due figli dopo pochi anni di matrimonio quando i due bambini, Eva Lind e Sindri Snær, sono ancora piccolissimi, rompendo ogni contatto con la famiglia. Anni dopo i figli ormai adulti vogliono conoscere il padre che non hanno avuto e tentare un rapporto con il lui, nonostante la madre per tutta la loro infanzia e la loro adolescenza ne abbia parlato con nient'altro che odio, rancore, disprezzo. Nei libri compare soprattutto Eva Lind, un personaggio vivo, vero, dolente. Combatte con la tossicodipendenza e oscilla tra il desiderio di costruire una vita affettiva con il padre e l'impulso di riversagli addosso tutta la responsabilità del suo disagio di vivere. Nei vari libri la vita privata di Erlendur si affianca costantemente alle sue indagini, in particolare il rapporto con Eva Lind sembra un po' essere il filo conduttore.
Dei quattro libri, due si occupano direttamente di persone scomparse (e ricomparse dopo decenni attraverso le loro ossa), "Un corpo nel lago" e "Sotto la città", mentre gli altri due tratttano più canonicamente di omicidi, e solo lateralmente di persone scomparse. Questo della gente inghiottita nel nulla, per sempre o solo per qualche decennio, è il tema comune a tutti i libri, ma è anche l'interesse principale del protagonista, anche e soprattutto fuori dal lavoro. Indriðason più volte si ferma a descrivere il piccolo appartamento di quest'uomo solo, tutto buio con le tende tirate anche di giorno e le pareti piene zeppe di libri riguardanti casi di persone scomparse. Non stupirò chi legge se suggerisco che questo tema riguarda la storia familiare del commissario Erlendur. La scomparsa delle persone è usata anche come metafora per indagare la personalità del commissario, per gettare luce sulle sue contraddizioni e le sue paure.
(Sono terribilmente curiosa di sapere come si pronunciano i nomi dei luoghi e dei personaggi, a vederli così rieccheggiano nomi di leggende, fiabe e gesta epiche.)
Ho letto anche altri autori nordici di gialli: la coppia Maj Sjöwall e Per Wahlöö (Svezia, anni '60 e '70) di cui sto leggendo la serie del commissario Martin Beck, Henning Mankel (Svezia, contemporaneo, creatore del commissario Wallander, ho letto i primi due finora) e naturalmente Stieg Larsson. (Qualcuno mi suggerisce altri autori scandinavi?) In comune con questi autori (lasciando a parte Larsson) c'è in primo luogo l'aspetto cosiddetto procedurale del giallo, cioè l'idea che non ci sia nessun trucco, nessun esercizio di arguzia deduttiva alla Sherlock Holmes nella soluzione del giallo, nessun gioco. La vicenda poliziesca non è presentata come un divertissement quasi enigmistico per il lettore, come invece accade per esempio nei romanzi di Ellery Queen. Le indagini le fanno i poliziotti, cioè l'autorità costituita. A questi viene affidata tutta la responsabilità della soluzione dei casi, ma agli stessi vengono anche indirizzate feroci critiche di tipo sociale, si vedano soprattuo Sjöwall e Wahlöö. Tutta l'efficacia delle indagini è affidata allo zelo con cui si seguono le procedure standard della polizia (per esempio interminabili pedinamenti e appostamenti, noiosissimi controlli incrociati su lunghi elenchi). In secondo luogo, almeno per l'impressione che ne ho avuto io, da lettrice italiana, c'è un profondo senso del dolore, della disperazione, del peso di stare al mondo, si sentono stanchezza e rassegnazione nei confronti della vita, incancellabili, connaturate nelle persone. Non c'è ironia, o più precisamente c'è un'ironia cupa, spietata, buia. Per rendere meglio l'idea pensate all'ironia che c'è nei gialli di Camilleri, o di Fruttero & Lucentini: niente di tutto questo. Questi trasmettono un umorismo solare, pur facendo una critica irriverente e micidiale della società. I loro personaggi, ivi compresi i tutori della legge, si permettono il lusso di interpretare le regole e all'occorrenza fregarsene. Per dirla con Gaber, i personaggi alla Montalbano hanno capito che "il mondo è un teatrino". Al contrario, negli autori che ho citato, ma soprattutto in Indriðason, non c'è spazio per sfuggire al sistema e alle regole, non c'è la possibilità di un colpo di teatro con cui farsi beffe della realtà, gli esseri umani sono prigionieri. E tutto questo è aiutato dai paesaggi: c'è una perfetta simbiosi tra l'inquietudine degli uomini e gli inverni lunghi e bui, le tormente di neve, la pioggia incessante, le pesanti tende a coprire i vetri, gli spazi sterminati e vuoti, dominati soltanto dalla natura. E adesso che ve li siete immaginati questi spazi,  confrontateli con Vigata.





postato da: ridarella alle ore 00:35 | link | commenti (2)
categorie: libri, letture
martedì, 28 luglio 2009

Trilogia Millenium

In due settimane esatte mi sono letta tutte le 2287 pagine della Trilogia Millenium di Stieg Larsson. Circa un mese e mezzo fa avevo visto il film "Uomini che odiano le donne", e devo dire che mi aveva lasciato parecchio perplessa. Infatti, nonostante la trama gialla molto ben congegnata, il personaggio della protagonista mi era sembrato inconsistente e non credibile e gli episodi di violenza che la coinvolgono mi erano parsi totalmente ingiustificati e gratuiti.
Ma la curiosità è stata più forte e ho letto primo libro e a ruota gli altri due.
Dato che non voglio rovinare la lettura a chi non l'ha letto, mi limiterò a scrivere rapidi commenti.
Tre libri, tre generi letterari diversi, tutti nel personale stile dell'autore: il giallo classico, il thriller, il romanzo di spionaggio. Dopo avere letto il primo libro ho concluso che
- con il film hanno fatto un buon lavoro rispetto al libro,  facendo qualche piccolo taglio e modificando leggermente la sequenza cronologica degli eventi, ma nel complesso mantendo i tratti essenziali del libro, senza stravolgerlo;
- mi è rimasta la stessa perplessità sulla protagonista.
Gli altri due libri sono indispensabili, perché rendono i protagonisti più credibili e spiegano tutti i misteri lasciati aperti nel primo. (sono anche dannosi in quanto saccheggiano decine di preziose ore di sonno a chi legge).

Al di là della storia (o meglio delle storie) mi ha colpito l'idea di giornalismo, in particolare politico ed economico, che emerge dai libri: guardia inflessibile della democrazia, ombra spietata e irriverente di ognuno dei politici o dei personaggi dell'economia e della finanza. Leggendo il primo libro pensavo figo, in Italia questa idea di giornalismo è bandita dai grandi media e un po' alla volta sta per essere messa fuori legge con tutte le leggi volte a negare la libertà d'informazione e di espressione che il nostro Parlamento si sta impegnando a promulgare.
Sorvolo su quanto mi è sembrata buffa la descrizione delle carceri, una specie di casa vacanze.
E vogliamo parlare dei processi? Nel terzo libro il processo viene celebrato tre mesi dopo che avvengono i reati! Mi chiedo ancora se in Svezia sia davvero così o se Larsson abbia fatto la stessa scelta di Gianrico Carofiglio di riscalare il tempo (in particolare di contrarlo di qualche ordine di grandezza, per quello che riguarda i processi). In ogni caso è traumatico chiedersi come sia la situazione giudiziaria in Italia.

La mia unica riserva rimane ancora sulla protagonista, che, per quanto esca dalla trilogia come un personaggio sfaccettato e interessante, ha un po' troppi "superpoteri", secondo me sarebbe stata un po' più credibile conoscendo a menadito qualche lingua in meno e senza essere un genio matematico (caratteristica tra l'altro inutile per la storia).

Per chi l'ha letto: vi siete chiesti quanti ettolitri di caffé si bevono i personaggi? Sono rimasta sconcertata: ad ogni paragrafo, vada come vada, la gente si fa del caffé (americano). Altro dubbio: ma il piatto nazionale svedese sono i tramezzini? Colazione pranzo cena è praticamente l'unico cibo che viene citato (a parte pizza surgelata e rarissime costelette di agnello).

Comunque è una lettura che posso dire di consigliare, ma solo a chi si può permettere di dedicarsi per qualche giorno solo ed esclusivamente a quello, perché nessuno dei tre libri è così clemente da lasciarsi appoggiare su un tavolo per più di qualche ora.

postato da: ridarella alle ore 15:59 | link | commenti (1)
categorie: libri, letture
lunedì, 01 giugno 2009

Dottori capitani e Zanni

Ok sono stata un po' assente in questi giorni.
Comunque
Ho appena finito un bellissimo stage sulla commedia dell'arte, di cui fino a giovedì scorso non sapevo nulla. Quattro giorni di teatro e anche di letteratura. Dopo anni che non facevo seriamente analisi di testi letterari, mi sono di nuovo commossa per una parola al posto giusto, di nuovo divertita con una rima e stupita di quanto le parole siano potenti.
"La bella Franceschina,
ninina, buffina,
la Fili Bustacchina,
la pianse e la sospira,
che la vorria marinini.
La Fili Bustacchi."

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categorie: letture, teatro
mercoledì, 20 maggio 2009

Un libro che non mi è piaciuto.

La settimana scorsa ho letto "Niente di vero tranne gli occhi", di Giorgio Faletti. Un pessimo libro, un pessimo giallo. Non racconterò la storia per non rovinare l'attesa a chi non l'ha letto, dico solo che la trama è pervasa da, come dire, un elemento soprannaturale. In sostanza come trama gialla è inconsistente e tirata per i capelli. Per una lettrice famelica di gialli quale sono io, il modo in cui si arriva alla "verità" in questo libro è una soluzione di comodo, come se già all'inizio del libro all'autore fossero finite le idee. E questa era la parte buona del libro.
Per quanto riguarda lo stile della scrittura, a me risulta insopportabile. Faletti vuole atteggiarsi a scrittore introspettivo profondo, ma secondo me fallisce clamorosamente. è una scrittura logorroica che, per una frase dove racconta fatti (con un uso eccessivo di aggettivi), ne scrive due di pippe esistenziali, abusando delle parole "vita" e "amore". Sono frasi inutili, che appesantiscono la scrittura e fanno sembrare i personaggi dei paranoici. Ah già, i personaggi. Semplicemente inverosimili. Guarda caso ii protagonisti sono belli e bravi, e alcuni anche smodatamente ricchi e famosi, esattamente come in "Io uccido". Concludo parlando dell'ambiantazione, New York. è descritta a forza di stereotipi, tutto il libro è disseminato di frasi tipo (sto parodiando, non è una frase del libro) "Jordan aprì la finestra, una di milioni di finestre che si aprivano sull'alba assente di New York, mostrando la luce del giorno ma lasciandolo nel cupo della sua solitudine. in fondo tutti i newyokesi sono soli". Cose del genere. Più volte sono stata in dubbio se smettere di leggere il libro. Non mi sarei persa niente.

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categorie: libri, letture
mercoledì, 01 aprile 2009

Se stesso o sé stesso?

Leggendo "L'eleganza del riccio" a un certo punto ho sentito uno stravolgimento viscerale: ho visto scritto "sé stesso".invece che "se stesso". Ho pensato: ok errore di battitura. Poi un altro "sé stessa". Poi un altro. Tutti. Ora allle elementari, alle medie e alle superiori mi hanno insegnato che scrivere "sé stesso" merita a essere clementi la ghigliottina, giusto giusto perché gli inquisitori professionali (con il loro assortimento di metodi di convincimento non esattamente indolori) sono al momento non disponibili. Per togliermi il dubbio (prima di scrivere direttamente alla casa editrice se non avessi avuto risposte) sulla correttezza di "sé stesso", ho controllato sul sito dell'accademia della Crusca. La risposta è qui per chi è interessato. Risultato della ricerca: nessuna delle due versioni è censurabile.

Da una parte ora sono contenta perché questo dubbio mi stava un po' angosciando, dall'altra ci sono rimasta male: è come se mi avessero detto che "anno" è sia il periodo di 365 giorni che comincia il primo gennaio, sia una dizione rara ma non censurabile della terza persona plurale del verbo avere.

postato da: ridarella alle ore 14:03 | link | commenti
categorie: letture
venerdì, 05 dicembre 2008

Letteratura inusuale

"Gli antichi Romani lasciavano mangiare l'aglio all'infima gente, e Alfonso re di Castiglia tanto l'odiava da infliggere una punizione a chi fosse comparso a Corte col puzzo dell'aglio in bocca. Più saggi gli antichi Egizi lo adoravano in forma di nume, forse perché ne avevano sperimentate le medicinali virtù, e infatti si vuole che l'aglio sia di qualche giovamento agl'isterici, che promuova la secrezione delle orine, rinforzi lo stomaco, aiuti la digestione e, essendo anche vermifugo, serva di preservativo contro le malattie epidemiche e pestilenziali. Però, ne' soffritti, state attenti che non si cuocia troppo, ché allora prende assai di cattivo. Ci sono molte persone, le quali, ignare della preparazione dei cibi, hanno in orrore l'aglio per la sola ragione che lo sentono puzzare nel fiato di chi lo ha mangiato crudo o mal preparato; quindi, quale condimento plebeo, lo bandiscono affatto dalla loro cucina; ma questa fisima li priva di vivande igieniche e gustose, come la seguente minestra, la quale spesso mi accomoda lo stomaco quando l'ho disturbato."

Questo brano è tratto da "La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene" (scaricabile da qua) di Pellegrino Artusi, prima edizione del 1891. Direte che è un libro di cucina. Anche. Ma è anche una lettura che si sposa con la letteratura e non si può leggere senza sorridere. (Non l'ho letto ancora tutto, mi è stato segnalato mercoledì sera da una carissima amica). Le ricette sono spesso accompagnate da aneddoti, commenti, divagazioni. Sono tutte scritte in uno splendido italiano (con molte incursioni fiorentine), ma che allo stesso tempo dà quasi l'idea di una conversazione l'autore. Dal punto di vista storico è un documento ricco e interessante, ma allo stesso tempo è una lettura piacevole e (per qualche ricetta) anche utile.
E poi è porchissimo, nel senso che le ricette non hanno ritegno dal punto di vista dei grassi: moltissimi piatti sono rivestiti di prosciutto, che, una volta dato il sapore, viene gettato via. Essendo di più di un secolo fa, cose come spellare i polli, togliere le interiora a un cinghiale o comprare piccioni sono date per scontate.
è proprio un'enciclopedia completa della cucina, che va dai brodi, alle uova, agli umidi, ai lessi, e molte altre categorie, alcune delle quali vagamente misteriose tipo i "rifreddi" e i "trasmessi".
Sarebbe una lettura da fare a scuola, molto più scorrevole e divertente che non mattonazzi tipo "I promessi sposi" che ci inculcano in versione integrale.

Qualche altro assaggio:

"322. COTEGHINO FASCIATO
Non ve lo do per un piatto fine, ma come piatto di famiglia può benissimo andare, anzi potrete anche imbandirlo agli amici di confidenza. A proposito di questi, il Giusti dice che coloro i quali sono in grado di poterlo fare, devono di quando in quando invitarli ad ungersi i baffi alla loro tavola. Ed io sono dello stesso parere, anche nel supposto che gli invitati vadano poi a lavarsi la bocca di voi, come è probabile, sul trattamento avuto.[...] "


"367. CAPPONE IN VESCICA
Si dirà che io sono armato della virtù dell'asino, la pazienza, quando si sappia che dopo quattro prove non riuscite, ho finalmente potuto alla quinta ed alla sesta, cuocer bene un cappone in vescica. I primi quattro furono sacrificati a Como, il dio delle mense, perché non avendo prese tutte le necessarie precauzioni, le vesciche si rompevano bollendo. È un piatto però che merita di occuparsene, visto che il cappone, già ottimo per sé stesso, diventa squisito cotto in tale maniera.
Prendete una vescica di bue, meglio di maiale che sembra più resistente, grande, grossa e senza difetti; lavatela bene con acqua tiepida e tenetela in molle per un giorno o due. Sbuzzate il cappone, levategli il collo e le zampe, gettategli nell'interno un buon pugnello di sale, internate le estremità delle coscie, e piegate le ali aderenti al corpo onde le punte non isfondino la vescica. Poi cucite le aperture del buzzo e del collo e fasciatelo tutto con grammi 150 di prosciutto più magro che grasso a fette sottilissime, legandole aderenti al cappone. Acconciato in questa maniera ponetelo nella vescica, facendo a questa un'incisione per quel tanto che basta e dopo cucitela fitta.
Ora prendete un cannello lungo un palmo almeno, che serve di sfiatatoio, fategli un becco in cima a mo' di fischietto e un'intaccatura in fondo per infilarlo e legarlo nel collo della vescica e con questo apparecchio mettete il cappone al fuoco entro a una pentola di acqua tiepida e lasciatelo bollire per tre ore continue col cannello di fuori, ma badiamo bene, perché qui sta il busillis: deve bollire in modo da veder solamente quelle piccole e rade bollicine che vengono a galla. Se il cannello gettasse grasso o altro liquido non ne fate caso e raccoglietelo in un tegamino. Cotto che sia il cappone lasciatelo diacciare nella sua acqua e servitelo il giorno appresso scartando il prosciutto che ha già perduto tutto il sapore. Entro al cappone troverete della gelatina ed altra ne potrete aggiungere se vorrete fargli un conveniente contorno e sarà allora un rifreddo da principe. Anche una pollastra ingrassata, se manca il cappone, si presta all'uopo.
Sarà bene vi prevenga che l'ultima vescica mi fu assicurato che era di maiale e che avrebbe resistito al fuoco più di quella di bue."

E da ultimo, chiudiamo con il dolce:
"Non vi sgomentate se questo dolce vi pare un intruglio nella sua composizione e se dopo cotto vi sembrerà qualche cosa di brutto come un'enorme sanguisuga, o un informe serpentaccio, perché poi al gusto vi piacerà. [...]"  (lo strudel).

postato da: ridarella alle ore 17:10 | link | commenti (2)
categorie: libri, letture, storia
domenica, 30 novembre 2008

Giù al nord - Né qui né altrove

Ieri sera c'è stata una cena molto particolare, nella quale ogni invitato era invitato a portare o da bere, o un cibo etnico della sua zona di provenienza. è stata un'esperienza eclettica: dall'Italia alla Turchia, dall'Uzbekistan alla Cina, dalla Colombia alla Croazia, dagli USA all'India e qualcuno forse l'ho dimenticato. Nella mia personale classifica ha vinto il riso con le carote e la carne preparato dal ragazzo uzbeko. Specifico che dire semplicemente "Italia" è riduttivo perché dovrei specificare ogni regione coinvolta e soprattutto nasconde la diatriba regionale sulla paternità della parmigiana di melanzane che ha occupato alcuni dei ragazzi-chef presenti.
E adesso un paio di storie.
Giù al nord
Film di Dany Boon del 2007. Piacevolissimo, divertente e originale. Narra di un direttore delle poste costretto a trasferirsi, invece che in Costa Azzurra come avrebbe desiderato, nel nord della Francia a Nord-Pas de Calais, a causa di un provvedimento disciplinare nei sui confronti. Peccato che nell'immaginario di tutti gli altri francesi, in particolare quelli del Sud, quella zona della Francia sia funestata da freddo polare tutto l'anno e sia abitata da gente strana, burbera, rozza e soprattutto dalla parlata incomprensibile, completamente diversa dal francese ufficiale, insomma un autentico inferno in terra francese. Il protagonista deve partire e, essendo la moglie depressa e perciò particolarmente sensibile ai cambiamenti radicali, la lascia a casa con il figlio. L'accoglienza per il protagonista non è delle più semplici, ma tempo pochi giorni e il problema diventa convincere la moglie che nonostante tutto il nord non è così male!
L'unico problema è che questo film andrebbe visto in lingua originale, perché è fondamentale il contrasto tra il francese "ufficiale" e il dialetto del nord. I traduttori hanno dovuto inventarsi una strana parlata italiana che per i primi minuti sembra del tutto artificiosa e sottrae lo spettatore all'atmosfera del luogo. Ma per la mia scarissima conoscenza del francese la versione originale sarebbe totalmente incomprensibile.
Un magnifico affresco di una zona  della Francia sconosciuta (a me ma credo anche a buona parte del pubblico) affascinante e vivibilissima.
Né qui né altrove
Ho letto l'ultimo libro di Gianrico Carofiglio, "Né qui né altrove, una notte a Bari", Laterza.Quando sono andata in libreria per comprarlo ho avuto qualche problema a trovarlo perché non mi aspettavo che fosse nella sezione "narrativa di viaggi". Che dire? Ho un rapporto particolare con i lavori di Carofiglio, è un autore che mi coinvolge ma che a volte mi lascia con una sensazione di imcompiutezza. Come con "Il passato è una terra straniera" e questo romanzo appunto. Entrambi i romanzi sono caratterizzati da un doppio piano narrativo: in  "Il passato è una terra straniera" troviamo due storie parallele mentre nel secondo, come suggerisce il titolo, c'è la descrizione-rievocazione di Bari tramite i ricordi del protagonista, sostenuta dalla narrazione dell'incontro di vecchi amici che dura un'intera notte, a Bari ovviamente. Non ho capito l'intento dell'autore, se semplicemente descrivere in modo romanzato la sua città e se raccontare a tutto tondo la storia dei personaggi. Quest'ultima sembra un pretesto e pure è ricca di spunti interessanti, che purtroppo vengono lasciati secondo me un po' in sospeso. Non ci è dato sapere se il protagonista sia più simile all'autore o al personaggio più famoso di Carofiglio, l'avvocato Guerrieri. Notevole il gioco di prospettiva creato con l'amico, Paolo, trasferitosi a Chicago. Carofiglio è riuscito comunque a incuriosirmi, non avevo idea di quanto fosse ricca la storia di Bari e, se mi capiterà di andarci, visiterò con piacere tutte le librerie descritte (quelle ancora esistenti ovviamente) e assaggerò la focaccia (togliendo le olive nere che non mi piacciono).

postato da: ridarella alle ore 16:55 | link | commenti (2)
categorie: libri, letture, film, storie, amici
martedì, 11 novembre 2008

Un lucido riepilogo

Se avete un quarto d'ora di tempo (è un po' lungo) leggete questo , un interessante articolo di Alexander Stille sulla figura di Berlusconi e il suo uso delle donne e del sesso come di un trofeo, un oggetto di ostentazione e una rapida carrellata degli amici di Berlusca in parlamento. A proposito, guardatevi anche questa bella iniziativa: Not speaking in my name (alla quale ho aderito con piacere, anche se ci mettono un po' a pubblicare le foto).

postato da: ridarella alle ore 21:51 | link | commenti
categorie: letture