Questo post sarà un po' strano. Lo sto scrivendo off line nell'ennessimo viaggio settimanale da casa a Trieste. Sono sull'ultimo treno (ve-ts) e sono le 19.31.
Bizzarro finesettimana. Stamattina ero a casa da sola, esattamente come sarebbe successo a Trieste.
Ieri ha diluviato tutto il pomeriggio, la sera è stata una perfetta rappresentante dell'autunno. Stamattina la luce era abbagliante, il cielo popolato da nuvole bianche e ciccione, per nulla pericolose.
E ho fotografato la mia anima e l'autunno. In maniche corte, l'aria pulitissima dalla pioggia di ieri, l'odore e il suono della campagna. I campi sono stati arati, dove c'era prato c'è terra mossa, diligentemente preparata a dare alla luce un altro raccolto di erba o grano. La terra è pronta per una nuova sfida, un nuovo inverno. Ogni giorno mi sembra un inizio, un momento per i buoni propositi e per un bilancio di ciò che ho alle spalle. E la natura d'autunno asseconda questo umore.

La mia terra ho cominciato ad amarla quando lì ho trovato qualcuno da amare e quella stessa terra ne è diventata metafora. Ho passato l'infanzia e l'adolescenza a desiderare di scappare, con la certezza incrollabile che avrei voluto il mio futuro altrove. Ora vedo ciò che di buono mi ha donato, ora certi momenti, prima immersi nel mare di ricordi, affiorano e brillano al sole. Mia nonna che mi insegna a fare la sfoglia dandomi un uovo da impastare, mentre lei ne impastava venti, avrò avuto cinque anni.

Comincio a pensare che in questi due anni non mi abituerò mai alla partenza, mai alla distanza. Ogni viaggio di ritorno la mia mente cerca di sottrarsi alla malinconia, al dolce dolore della separazione. Però quando questi due anni finiranno dire loro addio sarà un giorno di lacrime, e tuttavia un ricordo sorridente.